Cultura

L’intimo di Beatrice, le pernacchie e una pentola di fagioli sul fuoco

Ripensando ai miei anni liceali e alla mia (non troppo cara) professoressa di letteratura, ho una domanda che ancora mi rifrulla dentro e che non ho mai avuto il coraggio di farle: senta prof, ma com’era l’intimo di Beatrice? Già com’era?
Ora che sono anch’io un docente di letteratura, ho aspettato anni che qualche sfrontato studente lo chiedesse a me. Ma per ora niente. Nessuno purtroppo lo ha mai fatto!
Perciò ho deciso che è arrivato il momento di farmela da solo.
La risposta è semplice: non lo sappiamo! Beatrice forse portava le mutande, forse no, forse le aveva perse, chissà…
Sono dissacrante? Un po’ sì e non ho neppure finito perché se c’è qualcosa per cui il nostro sommo poeta va sonoramente e ufficialmente spernacchiato è propio questa: Beatrice. Dante si vanta apertamente di aver inventato un nuovo tipo di poesia: la poesia della lode e mai vanteria fu più inopportuna. La poesia della lode è un’invenzione da osteria e il fatto che invece sia stata presa così seriamente denota solo una cosa, quanto questa visione serviva alla cultura discriminatoria nei confronti delle donne.
Beatrice è senza mutande, perché non è una donna concreta, ma un angelo, una scala che porta verso l’alto ed un intermediario dell’amore discendente di Dio. Ma così facendo innalzando Beatrice in Paradiso, si toglie dalla scena l’autentico universo femminile, che verrà recuperato solo parzialmente da Dante con figure come Francesca.
Se la più alta forma di poesia è la poesia della lode, allora i protagonisti sono solo gli uomini! Loro la lode, loro il viaggio, loro la poesia. Le donne o sono sante o non sono nulla, sono fuori da tutto! Tutto apparentemente sembra ruotare intorno a loro, ma in verità non muovono nulla e soprattuto non si muovono! La giostra è tutta e solo maschile, perché maschile poi è anche essenzialmente Dio.

Beatrice è senza mutande dunque perché è immobile, inconsistente, la proiezione nel femminile di un universo in verità esclusivamente maschile.

Ci vorranno secoli perché la poesia recuperi una dimensione autenticamente femminile, quale quella delle poesie di Saffo, conservateci in verità in pochissimi frammenti.
Da questo punto di vista, fra mille esempi che si potrebbero fare, quello che mi piace ricordare più di tutti, sono dei versi di Nazim Hikmet. Il poeta turco è in carcere e da dietro le sbarre pensa alla sua amata e scrive: dove sarà in questo istante, in questo preciso istante? E’ a casa? Per la strada? E’ al lavoro? In piedi? Sdraiata? Ha un gattino sulle ginocchia e lo accarezza? O magari sta mettendo sul fuoco una pentola di fagioli?
Bella no questa pentola di fagioli, bellissima! Sembra di poterla toccare allungando leggermente la mano, proprio quello che il povero Nazim in quel momento, in quel preciso istante, e chissà per quanti altri innumerabili istanti ancora, non avrebbe potuto fare.
Ecco una donna concreta, una donna vera che cammina, che cucina, che magari pensa al suo amore mentre dalla sua cella, con la magia illusoria della poesia, prova ad arrivare fino a lei.
Ed ecco anche una grande, grandissima lezione per tutti quelli che come Dante inseguono la perfezione e finiscono inevitabilmente per cercarla letteralmente fuori dal mondo, nell’eternità immobile. Anche un piccolo gesto, una carezza, una sorriso, anche una pentola di fagioli in un istante qualsiasi può essere infinita.

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