Cultura

La scrivania di un poeta

Libri, stivali, carte, scarpe. Strumenti filosofici. Abiti, pistole, biancheria, stoviglie. Munizioni e fiale innumerevoli. Denaro sparso. Calzini. Stampe. Crogioli, borse e scatole sparpagliate ovunque. Un tappeto mezzo bruciato con macchie di vari colori. Una macchina elettrica (non ben precisata), una pompa ad aria. Un microscopio solare e una vaschetta galvanica. Grandi bocce di vetro e contenitori di ogni specie.
Ecco questa era più o meno la scrivania di uno dei più grandi poeti inglesi di ogni tempo, Percy Shelley, come ci viene descritta in una lettera da un amico.
Il resto della sua vita lo conoscono in tanti: è un romanzo pieno di avventure, fatto di amicizie, amori e scelte radicali. Sostenitore dell’ateismo, dell’amore libero, strettissimo vegetariano e promotore del vegetarianismo, dipendente dal laudano (una blanda droga ottocentesca), e infine ammiratore incondizionato dell’Italia a cui è legata indissolubilmente la sua vita e la sua arte, come quella degli altri due geni romantici inglesi di quel tempo: John Keats e Lord Byron, fra loro conoscenti e amici. Si scambiarono poesie, idee e donne per tutta la loro breve vita.

Cosa resta oggi dei suoi versi? Tanto ma molto meno che non del suo mito. E un mito è sempre stata per me anche la sua scrivania, che tante volte ho paragonato con la mia. Un elefante, un Superman di plastica, un piccolo Cthulhu, un’icona russa, un gabbiano, libri e fogli sparsi, appunti di fisica, niente armi, una corteccia di pino. Macchie di sporco imprecisate. Un teschio con scritto non studiare troppo. Una piccola ranocchia, un bonsai, un piatto rotto raffigurante Don Chisciotte e decine di cianfrusaglie imprecisate. A guardar bene, a parte i fogli, i libri e le macchie, io e Shelley non abbiamo intorno nulla di comune. Forse l’amore incondizionato per l’Italia e nulla più.
Ma non è questo quello che conta, ma piuttosto una domanda: cosa manca dalla scrivania di un poeta? Non dalla mia o da quella di Shelley ma da quella di qualsiasi scrittore e poeta sulla terra? Semplice… manca la realtà.
Anche voi che scrivete guardate nella vostra, è facile accorgersene. Inutile cercarla. Manca la realtà! La poesia è pura invenzione, pura illusione o miraggio. Ecco perché i versi di un poeta valgono quanto la sua vita, perché sono entrambe mito. E nulla più. Eppure la scrivania di Shelley, la mia e la vostra sono importanti, perché sono luoghi fatti a misura di qualcuno in un mondo che non è fatto per niente e per nessuno. Esiste e basta. Fluisce senza storia e senza miti. E qui nasce il problema irrisolvibile di ogni scrittore in ogni tempo. Seduti alla propria scrivania, è confortante e bello essere poeti, il difficile è far del mondo una poesia. Difficile e francamente pure ingiusto. Perché nel momento in cui creiamo un mito, ancor più se imperituro e universale, dichiariamo che il mondo ci appartiene, è un po’ come la nostra scrivania.
Quando invece siamo noi che forse apparteniamo al mondo: non siamo poeti, ma poesia.

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