Cultura

La nebbia, il nano e un cavaliere sopra una carretta

Uno dei testi medievali più belli che conosca è “Il Cavaliere della carretta” di Chrétien de Troyes.
Il poema racconta le vicende di Lancillotto del Lago alla ricerca di Ginevra rapita dal perfido Melagano.
Il cuore della storia, che dà il titolo anche al poema, è l’incontro fra il cavaliere e un nano; un nano che conduce una carretta.
“Vuoi trovare Ginevra? – gli dice il nano – Bene, sali su questa carretta ed io ti condurrò da lei”.
Per me o per voi sarebbe stato un attimo salire, ma non per Lancillotto, non per un cavaliere medioevale. La carretta infatti veniva usata per portare al patibolo i criminali. Era un simbolo di infamia e a maggior ragione una carretta condotta da un nano, da un mezz’uomo (così venivano considerati a quell’epoca), un infame anch’egli, seppur per nascita.
Lancillotto esita. Salire su quella carretta significa macchiare il suo nome, rinnegare tutta la sua vita e la sua fede: diventare un maledetto. Esita, ma alla fine sale.
E l’avventura continua fra vicende che non sto a raccontare fino al Ponte di Spade e poi oltre il Ponte di Spade fino al castello di Melagano.
Lì i due cavalieri si sfidano a duello. Lancillotto è ferito. L’armatura, già prima di iniziare il duello, rossa di sangue. Le sue possibilità di vittoria praticamente nulle.
Ma dall’alto Ginevra lo guarda e negli occhi della donna che ama, non in se stesso, ma in lei, nel suo sguardo, trova la forza per riuscire vincitore.
Melgano è sconfitto, Ginevra, secondo i patti stabiliti, libera, ma quando avviene l’incontro fra i due, accade l’inaspettato.
Ginevra lo guarda dritto negli occhi e gli dice: tu non sei degno di me!
Ma come?! Pensa fra sé il giovane cavaliere… io che ho viaggiato fin qui dall’altra parte del mondo per venire a cercarti, io che ho superato mille prove per salvarti, io che ho trovato solo in te la forza per vincere, rinunciando a tutto me stesso, perché non sono degno?
Perché – risponde severa Ginevra leggendogli dentro – hai esitato un istante prima di salire sulla carretta!
E se ne va….
Lancillotto è prostrato. Ora ha perso veramente tutto. L’onore. La dignità. Il rispetto di se stesso. E’ (e si sente) totalmente inadeguato.
Ma nel momento peggiore, nel buio delle sue ombre più nere, sente bussare alla porta. E’ l’ancella di Ginevra.
“Lei ti aspetta nella sua camera! Ma non passare dalla porta, ti vedrebbero. Esci ed entra dalla finestra”.
Ma la finestra ha delle enormi grate. Lancillotto allora le afferra e le svelle dalla pietra una ad una, con una forza ben maggiore a quella con cui Artù aveva estratto la spada dall’incudine. Ed entra.
Le ferite si sono tutte riaperte. Non è più un cavaliere, non è più nulla, solo un uomo maledetto, un infame ricoperto di sangue, che sta per tradire il suo re e il suo migliore amico.
Ma non importa. Lei è li. Lo abbraccia. Lo bacia e senza dire nulla lo conduce nel suo letto. Dove nel sangue per la prima volta si amano.
Ora per molti “il Cavaliere della carretta” oltre che un libro di avventure è un romanzo iniziatico. Una storia sull’importanza del viaggio e sul significato profondo del bene e del destino. Un fumetto di Jodorowsky insomma, mille anni prima di Jodorowsky.
Forse è cosi. Non lo metto in discussione. O forse no. Perché in questi giorni ho pensato ad una cosa, vedendo la nebbia che scende dalle montagne sopra casa mia. Ho pensato che noi siamo come quella linea, dove la nebbia e il sereno si toccano, e dividono la cima invisibile delle montagne dalla valle. Qualcosa di effimero, ma che segna un confine.
Sì….noi siamo un confine, ma non il nostro, quello di qualcuno.
Salire sulla carretta, non salirci. Essere dei maledetti o non esserlo. Vincere o perdere un duello. Essere adeguati o non esserlo affatto, non fa nessuna differenza! Queste cose sono come nebbia e sereno. Lancillotto è un eroe, il miglior cavaliere di ogni tempo, ma Ginevra alla fine sceglie l’uomo, non l’eroe. Ginevra è la regina, la signora degna di ogni lode, di ogni impresa, ma alla fine fra le sue braccia Lancillotto stringe una donna nuda, coperta come un neonato solo del suo sangue.
Tu sei il mio confine ed io il tuo, forse Ginevra gli dice. In alto, oltre noi, tutto è nebbia, oscurità, disorientamento. In basso luce, nobiltà, valore.

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